Immagine SITO Tradire
RIFATTI
Progetto a Cura di Stefano Jacoviello

 

Non fanno che tradire.

Le tradizioni promettono l’autenticità, giurano di essere fedeli a quel che resta del passato, si dicono uniche e inimitabili. E invece, con parole accattivanti, si fanno raccontare in mille lingue, accettano paragoni per farsi riconoscere, e si mettono in posa per le foto dei turisti.

Sono come le radici, che non vengono dal profondo del suolo ma al contrario affondano nell’oscurità del terreno alla ricerca di una chimica invisibile che si traduca in foglie e fiori da ammirare. Da lontano quei colori dipingeranno il ritratto di un paesaggio immobile per consolare i viaggiatori, ché così da sempre è stato, e nulla cambierà. Ma le stagioni lo trasfigureranno. Dopo le nevi e i nubifragi, bisognerà rifarlo. I contadini ricalcheranno il suo profilo con sapienti potature, ne ravviveranno il sorriso con innesti fecondi, per i frutti che verranno.

Le tradizioni sono traduzioni da rifare per i giorni che verranno.

Rifatti sono gli oggetti di chi porta avanti una tradizione, costretto a ricomporli con ciò che il presente mette a disposizione.

Rifatti sono i percorsi dei continui ritorni, su cui misuriamo i passi mentre ci piace ascoltare come accelerano i battiti del cuore.

Rifatti sono gli incontri con gli amori perduti, con i luoghi d’infanzia, coi sapori di casa, che si trasformano incessantemente, ma chiedono ancora di credere che siano rimasti così come li abbiamo lasciati la prima volta.

Rifatti sono i nostri volti sconfitti dal tempo, ingannati dal trucco che dietro il suo disegno nasconde chi siamo stati, tradisce il sogno di chi vorremmo essere, e mostra impietosamente quel che saremo.

Rifatte sono le vecchie musiche, che ammutolite dal passaggio dei secoli aspettano una lingua nuova per tornare a parlare agli ascoltatori.

Rifatte sono le polifonie medioevali tradotte in gesti delle mani sulle tastiere dei virtuosi. Musiche trascritte in figure da musicisti che preferirono dimenticare le parole per sentire sotto le dita la consistenza di passioni senza ancora un nome.

Rifatti sono i versi poetici che regalano alla musica i ritmi e le inflessioni di una lingua madre, parola friulana radicata nella terra e incarnata nella voce, per liberarne finalmente il canto.

Rifatte sono le memorie del suono, che per aggrapparsi al tempo affidano frettolosamente un testamento alle carte da musica, o decidono di lasciare l’ombra di un fantasma intrappolato fra le tracce di una registrazione.

Rifatti sono i suoni di memorie minacciate e offese, condannate all’oblio da sanguinose persecuzioni. Sono preghiere, nenie di madri affettuose, lamenti e inni che colgono l’invito a rifarsi, e risorgono laddove nuove patrie e nuove voci li hanno accolti. Sono canti che risuonano perché i sopravvissuti, ovunque dispersi, ricordino per sempre a chi devono la libertà.

Rifatte sono le festose melodie di danza e le struggenti serenate che prendono fiato nei mantici degli organetti e riecheggiano fra le cime dei Pirenei. Passano di voce in voce, di villaggio in villaggio, di generazione in generazione. Poi scendono rapide lungo le valli verso il mare, con lo sguardo volto alle spalle, prima di confondersi fra i suoni delle città in cui affogano le nostre solitudini.

Tradire, tradurre e tradizioni sono parole che in bocca si assomigliano. Tutte e tre implicano un passaggio di saperi e sentimenti che si trasformano in un instancabile farsi e rifarsi, per prendersi gioco del tempo.


IL PROGRAMMA

13 febbraio 2020
13 febbraio 2020

METAMORFOSI

20 febbraio 2020
20 febbraio 2020

PUNKY MENUETT

27 febbraio 2020
27 febbraio 2020

SUI CONFINI

5 marzo 2020
5 marzo 2020

CARTE D’ARMENIA

26 marzo 2020
26 marzo 2020

FILI DA TORCERE

2 aprile 2020
2 aprile 2020

ROMANZO CATALANO

 

Si racconta che nel cuore della Valdorcia sorgesse un tempio dedicato a Giano. Tradotto nei suoni della lingua parlata, il latino Ara Jani si trasformò in Argiano, e diede il nome al luogo dove, sul finire del Cinquecento, dei nobili senesi costruirono una villa. Nel silenzio delle sue cantine nacque un vino che annata dopo annata, nel giro di tre secoli, conquistò i palati e l’ispirazione dei poeti e degli ospiti di salotti letterari memori di antichi simposi.

Le vigne che circondano la tenuta offrono ancora oggi le più nobili uve Sangiovese al rovere centenario di Francia e Slavonia, perché il mosto si trasformi in vino e diventi Brunello e Rosso di Montalcino. Ma ad Argiano i vitigni autoctoni incontrano anche il Merlot, il Cabernet Sauvignon e il Syrah per dar vita ad un’armonia nuova che conserva i segni della memoria dei suoi creatori nel delicato equilibrio di note aromatiche e sapori.

La chimica potrebbe raccontare quante volte gli elementi naturali si legano e si slegano, si sposano e si abbandonano nel viaggio del vino dalla terra alla bottiglia. Eppure, quando il bicchiere si accosta alle labbra quel continuo farsi e rifarsi svanisce nella limpidezza del rosso: il vino racconta un’altra storia, che parla delle nostre radici rivolte al futuro.

Prima di ogni appuntamento, a partire dalle 20.30 degustazione di vini associati alle musiche suonate a cura di Argiano, Montalcino

Stefano Jacoviello